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La strategia degli ideologi del gender

Articolo apparso sulla rivista Notizie ProVita del febbraio 2015.

Un genitore ha partecipato ad un corso di formazione per "decostruire gli stereotipi di genere" e ha imparato molto, non tanto sull'ideologia, ma sul modo subdolo con cui si insinua nelle teste degli adulti e dei bambini attraverso le favole.

Recentemente (dicembre 2014) ho partecipato ad un percorso (suddiviso in tre serate) organizzato da un'associazione familiare della mia zona e rivolto ai genitori, il cui tema riguardava l'utilizzo degli stereotipi nelle fiabe per bambini.
Appena l'ho visto pubblicizzato, ho avvertito l'esigenza di parteciparvi, non solo perché la tematica mi suonasse interessante, ma anche nella speranza di riuscire ad incontrare coloro che si prodigano per diffondere la prospettiva di genere. Direi che sono stato accontentato ...
Il percorso era gestito dall'Università Studi Interdisciplinari di Genere, centro che si propone di diffondere la cultura di genere attraverso scambi culturali e dibattiti scientifici, collaborazioni nazionali ed internazionali, nonché di mettere a disposizione di soggetti e istituzioni le competenze acquisite.
Personalmente è stata la prima volta che ho potuto vedere in azione l'ideologia del gender, argomento che fino ad allora avevo studiato solo sui libri. I presenti non erano molti (eravamo un decina) e bene o male tutti avevano deciso di partecipare perché incuriositi dall'argomento. Ho avuto la sensazione che la maggior parte di loro non sapesse niente della gender theory, né tantomeno fosse consapevole della portata delle affermazioni fatte durante la presentazione e verso dove realmente conduca la prospettiva di genere.
Il percorso era suddiviso in una parte teorica in cui si è parlato di cosa sia il genere ed una parte più concreta, dove si sono analizzate alcune fiabe tradizionali (ed i relativi stereotipi) ed, infine, proposte delle alternative a-stereotipate.
La relatrice delle prime due serate (bolognese e sui trent'anni), con stile informale e pacato, tra varie affermazioni assolutamente condivisibili, ha inserito anche concetti per nulla scontati:

  • Per la gender theory il maschile ed il femminile sono frutto della cultura – Fin dall’inizio ciò che mi ha colpito è la sottovalutazione delle differenze importanti insite nella dimensione biologica. Questo emerge dal fatto che le diversità fisiologiche sono state citate molto velocemente all’inizio e messe subito da parte. La relatrice ha evidenziato che le differenze sono un costrutto culturale. Questo però non è stato detto in modo netto (ossia con una frase chiara e monolitica), ma ‘tra le righe’, senza far cogliere la portata travolgente (e discutibile) dell’affermazione. Questa strategia collima con quello che scrive Dale O’Leary, Maschi o femmine? La guerra del genere, dove afferma che l’ideologia del gender viaggia come un sottomarino. Siccome mi è sembrato di capire che molti genitori non avevano colto sufficientemente questo concetto, in più occasioni sono intervenuto sottolineando come l’affermazione che ‘tutto è riducibile alla cultura’ sia un’ipotesi e non un dato dimostrato (né dimostrabile) e come non tutto sia riconducibile alla cultura, ma che molte differenze – e l’ho fatto citando le neuroscienze – siano ascrivibili a meccanismi biologici. La relatrice alle mie ‘provocazioni’, seguendo lo schema all’“attacco-non-reagire”, mi ha dato ragione, ma contemporaneamente le ha ignorate, continuando sulla stessa linea (si è divincolata rapidamente).
  • Battaglia agli stereotipi - Riguardo agli stereotipi, il percorso è stato quello di evidenziare come nella nostra società ci siano dei ruoli ‘maschili’ e ‘femminili’ che sostanzialmente generano disparità di trattamento (ai danni del femminile). È necessario, pertanto, cercare il più possibile di contrastarli, iniziando dall’educazione dei bambini. Anche in questo caso sono intervenuto affermando come i ruoli attribuiti nella società al maschile ed al femminile abbiano anche l’importante scopo di aiutare il bambino (maschio o femmina) a costruirsi un’identità sessuale il più possibile chiara, armonica.

La relatrice dell’ultima serata (anch’essa bolognese e sui trent’anni), parlando di narrazione e dei suoi significati, una delle chiavi di lettura che ha proposto e che più mi ha colpito è quella dove afferma che «lo storytelling è una pratica di controllo sociale e che le narrazioni possono legittimare il potere e le relazioni gerarchiche. Agiscono come forme di disciplinamento e controllo indiretto e creano una cultura di obbedienza».

Le slide successive hanno diviso la serata in una:

  • Pars destruens: gli stereotipi di genere (maschile e femminile) nelle fiabe più famose (cappuccetto rosso, cenerentola, biancaneve, ecc.) – L’obiettivo  è stato quello di evidenziare come da queste favole il femminile venga rappresentato sostanzialmente come negativo (passivo, ingenuo, malvagio, inetto), mentre il maschile sia sostanzialmente positivo (caratterizzato da forza, orgoglio, coraggio, tenacia, intelligenza, ecc).
  • Pars construens: alternative a queste fiabe – La relatrice ha presentato una serie di libri per l’infanzia che invitano a decostruire questi stereotipi, prendendo a  riferimento case editrici quali “Lo stampatello” (libro citato: Il bell’anatroccolo), “Fatatrac” (libro citato: Ma Zaff, tu sei maschio!), “Settenove” (libro citato: C’è qualcosa di più noioso che essere una principessa?, Papà aspetta un bimbo) tutte orientate a contrastare la violenza di genere. Inutile sottolineare come (invito i lettori a prendersi un po’ di tempo per visitare il sito di questi editori) queste nuove realtà editoriali siano molto vicine alle logiche del mondo LGBTQ.

Chiaramente tutti prendevamo appunti, perché, quando un esperto parla, gli ignoranti devono imparare…
Voglio concludere questo mio intervento segnalando che in tutte e tre le serate, accanto alla riflessione sugli stereotipi maschili e femminili, le relatrici, velocemente e non a caso, hanno buttato lì un concetto vicino al mondo LGBTQ. Un esempio fra tutti: nell’ultima serata, presentando un libro della casa editrice “lo stampatello”, ha presentato anche il libro ‘Piccolo uovo’ (http://www.lostampatello.com/catalogo3.html), il cui obiettivo è di infondere fin da bambini l’idea che ci sono molte tipologie di famiglie e che, parole testuali della relatrice, tutte sono buone dal momento in cui ci si vuole bene. Questa breve parentesi, che sembrava essere solo informativa (ma che era del tutto fuori tema), è passata indisturbata. La gender theory passa attraverso momenti come questi: getti il sasso e vedi cosa succede. Se non c’è reazione, allora vuole dire che il terreno probabilmente è pronto anche per altro.
Provando a fare una sintesi somma di quest’esperienza, devo ammettere che questa gente ci sa fare. È gente che, con grande scaltrezza e convinzione, in un unico calderone mescolano concetti assolutamente condivisibili con altri del tutto discutibili e rivoluzionari. Questi ultimi però, sembrano buttati a caso e fra parentesi, in modo tale da dire certi concetti senza attirare troppo l’attenzione. Lla prospettiva di genere si diffonde a piccole dosi, senza dare nell’occhio. Per smascherare la prospettiva di genere ci vuole conoscenza, attenzione e capacità di leggere ‘tra le righe’.

Data di pubblicazione: lunedì 10 agosto 2015
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